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11 Aprile - 21:00 h.
CHARLEY THOMPSON
Dal 5 aprile arriva il nuovo film di Andrew Haigh
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Charlie Thompson è un adolescente di Portland, Washington. Corre, si allena, passa le giornate e anche buona parte delle notti in piena solitudine. Vive con il padre, un ragazzone affettuoso ma incapace di badare a sé stesso, e non ricorda nulla della madre, da tempo fuggita di casa. Ricorda però la zia, la sorella del padre che non incontra da anni ma della quale conserva preziosamente una foto. Dietro quella foto, c’è l’impronta sbiadita di una mano: il ricordo di una presenza, il segno di un’assenza. Come in ogni film di Andrew Haigh.

Il cavallo a cui Charlie si affeziona dopo aver cominciato a lavorare nel mondo delle corse equestri, uno splendido esemplare chiamato Lean on Pete (qualcosa come “conta su Pete”), è la materializzazione di quell’assenza, la forma concreta assunta da tutti i fantasmi della vita del ragazzo. Non un amante perduto in un futuro incerto, dopo aver conosciuto l’amore; e nemmeno una donna riscoperta nel passato, dopo aver vissuto l’illusione dell’amore (Weekend e 45 anni, in fondo, sono lo stesso film ribaltato specularmente…). Piuttosto, una presenza vera e pesante, un animale impassibile e indifferente che accoglie però la solitudine del protagonista.

Charlie parla a Pete, lo assiste, lo guida, lo protegge, ma il rapporto tra i due non ha nulla di reciproco o sentimentale. Charlie nemmeno sa montare Pete, semplicemente lo tiene per la briglia e gli cammina a fianco. La sua storia drammatica da orfano sperduto e il suo viaggio tra stato di Washington, Oregon e Wyoming (adattati dal romanzo La ballata di Charlie Thompson di Willy Vlautin) non appartengono all’immaginario del western o del road movie, nonostante la fuga e la vastità degli spazi attraversati. Charlie cerca una mano che corrisponda all’impronta, un approdo che completi il suo tragitto.

L’immersione nell’ambiente delle corse di cavalli (che riporta alla mente un grande film di Nicholas Ray, Il temerario), nella desolazione del deserto, nella povertà estrema degli homeless rappresentano per il protagoniste le tappe di una discesa nell’abisso che potrebbe sfociare nel martirio. La parabola di Charlie è sempre a un passo dal patetico, a cominciare dalla relazione con Pete. Haigh, però, non dimentica mai la centralità della figura nell’inquadratura, non perde l’attenzione per i corpi in quanto tramite dell’emozione e mai semplice presenza da osservare e compatire. Al contrario, grazie a piani spesso più lunghe del necessario, sono i personaggi stessi a guardarsi, cercarsi e avvicinarsi. Il fantasma sta oltre le immagini, mentre in scena ci sono uomini e donne che costruiscono semplice relazioni di vicinanza e affetto, che nell’incontro reciproco ��" in un diner, nell’abitacolo di una macchina, nella cucina di una casa nel deserto ��" sviluppano un’idea di familiarità.

I personaggi interpretati da Steve Buscemi e Chloe Sevigny, l’anziano allenatore di cavalli che prende Charlie sotto la sua ala e la fantina che gli si affeziona, per quanto a un certo punto abbandonati, lasciano anch’essi l’impronta del loro passaggio, regalano a Charlie un’affettuosità spiccia eppure comprensiva.

Non esistono padri, madri o amanti in Lean on Pete: l’umanità sembra rinunciare alle proprie categorie e alle proprie funzioni per offrire semplicemente vicinanza. Come un cavallo da corsa che non regala nient’altro che la propria velocità. Senza aprirsi a un modello di sentimentalità nuovo (come invece accade nel romanzo di Hanya Yanagihara Una vita come tante, modellato esplicitamente sulla parabola vicino al martirio di un orfano vessato dal destino e rappresentato come un San Sebastiano indeciso fra dolore e godimento, oltre l’umano e il genere sessuale), Andrew Haigh sfugge alla compassione per il suo personaggio e si arresta alla semplice presenza fisica. Non espone Charlie a uno sguardo voyeuristico, ma lo inquadra in formato 1:85 dentro lo spazio (mentre corre, mentre insegue le corse di cavalli, mentre accompagna Pete nel deserto), come se solo attraverso un figurativismo malinconico e sommesso fosse ancora possibile parlare di sentimento al cinema

Roberto Manassero
Cineforum

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